Agricoltura biologica: pro e contro

L’agricoltura biologica ha davvero un minor impatto ambientale? Molto spesso, infatti, si acquista un alimento o un prodotto biologico con la ferma convinzione di comprare un prodotto che ha determinato un minor inquinamento, ma é davvero così? Cercherò di rispondere a questa domanda partendo dalla definizione di agricoltura biologica e da una meta-analisi pubblicata sul Journal of Environmental Management, purtroppo un po’ vecchiotta e risalente al 2012, che analizza gli aspetti ambientali dell’agricoltura biologica.

Agricoltura biologica: che cos’é

L’agricoltura biologica viene definita dal Regolamento CE nr 834/2007 come “…un sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione agroalimentare basato sull’interazione tra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali, l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e una produzione confacente alle preferenze di taluni consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali. Il metodo di produzione biologico esplica pertanto una duplice funzione sociale, provvedendo da un lato a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici dei consumatori e, dall’altro, fornendo beni pubblici che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale.”

I pilastri fondamentali dell’agricoltura biologica sono, quindi, i seguenti: non utilizza prodotti chimici di sintesi (fertilizzanti, diserbanti, insetticidi, anticrittogamici) per la concimazione dei terreni, per la lotta alle piante infestanti, ai parassiti animali e alle malattie delle piante; inoltre il Regolamento vieta l’uso di organismi geneticamente modificati (OGM). Ma su questo ci sarebbe da approfondire molto, ne parleremo in un prossimo articolo!

Ricorre a pratiche tradizionali, essenzialmente preventive, selezionando specie locali resistenti alle malattie e intervenendo con tecniche di coltivazione adeguate. Le principali sono:

  • la rotazione delle colture evita di coltivare per più stagioni di seguito sullo stesso terreno la stessa pianta, così da impedire che parassiti ed erbe infestanti si adattino e proliferino in un ambiente loro favorevole. Nel contempo si utilizzano in modo più razionale e meno intensivo le sostanze nutrienti del terreno;
  • la piantumazione di siepi ed alberi ricrea il paesaggio, dà ospitalità ai predatori naturali dei parassiti e funge da barriera fisica contro gli inquinamenti esterni;
  • la consociazione consiste nel coltivare contemporaneamente piante diverse, l’una sgradita ai parassiti dell’altra.

In agricoltura biologica si usano fertilizzanti naturali, come il letame, altre sostanze organiche compostate (sfalci, ecc.) e sovesci. Il sovescio consiste nell’incorporare nel terreno piante appositamente seminate, come il trifoglio o la senape, arricchendolo così di sostanze utili ad aumentarne la fertilità.
Per la difesa delle colture, in caso di necessità, si interviene con sostanze naturali di origine vegetale o minerale espressamente autorizzate ed elencate una a una nel regolamento europeo: si tratta di estratti di piante, farina di roccia o minerali naturali, usate per correggere struttura e caratteristiche chimiche del terreno o per difendere le coltivazioni dalle crittogame, ma anche di insetti utili che predano i parassiti.

Biologico e impatto ambientale

Abbiamo visto come l’agricoltura biologica debba rispettare alcuni specifici criteri per salvaguardare l’ambiente, ma ciò non é sufficiente per affermare che sia meno inquinante dell’agricoltura convenzionale. Di seguito ci riporto un estratto di un articolo del Fatto Alimentare https://ilfattoalimentare.it/agricoltura-bio-oxford.html proprio su questa tema e che ben riassume la meta-analisi che vi ho citato.

Per fare luce sulla questione, un gruppo di studiosi dell’unità di ricerca sulla conservazione della natura dell’Università di Oxford ha condotto un’accurata revisione di una settantina di studi – tutti europei – che hanno confrontato l’impatto ambientale dell’agricoltura senza fertilizzanti minerali e pesticidi di sintesi e di quella convenzionale, cercando di tirare le conclusioni.

Che, come si legge sul Journal of Environmental Management, sono piuttosto sorprendenti: se è vero che l’agricoltura bio ha un minor impatto ambientale per unità di area coltivata, considerando l’unità di prodotto questo impatto può risultare addirittura superiore.

Consideriamo la questione della biodiversità: «L’indagine ha rivelato che le coltivazioni biologiche mostrano in genere una ricchezza di specie superiore del 30% rispetto a quelle convenzionali» scrivono gli autori, aggiungendo però che «esiste una forte variabilità nei risultati di studi differenti, con il 16% degli studi che ha descritto un effetto negativo dell’agricoltura senza pesticidi sulla ricchezza di specie».

Passiamo all’emissione di gas serra: nel complesso non sono emerse grosse differenze tra sistemi “verdi” e sistemi tradizionali, ma le cose cambiano se si considerano gruppi di prodotti differenti. I cereali, i suini e il latte bio, per esempio, comportano emissioni di gas serra superiori, mentre accade il contrario per olive e bovini.

E ancora: la perdita di azoto, le emissioni di ammoniaca e ossido di diazoto, il potenziale di eutrofizzazione e quello di acidificazione risultano sicuramente inferiori per unità di area per le coltivazioni biologiche. Il risultato si inverte considerando le unità di prodotto: in questo caso spesso il bio si comporta peggio. Il fenomeno si spiega semplicemente considerando che i due sistemi di coltivazione hanno rese molto differenti: in media il 25% in meno per le colture senza pesticidi e fertilizzanti minerali.

La differenza dipende soprattutto dalla minor disponibilità di nutrienti, in particolare azoto, per i campi bio, anche se possono entrare in gioco fattori legati a malattie, alla diffusione di piante infestanti o all’attacco da parte di parassiti. Rese inferiori significano che, a parità di prodotto, anche il consumo di suolo è maggiore per l’agricoltura biologica, mentre appare inferiore quello di energia (21% in meno), perché vengono meno le voci legate alla produzione e al trasporto di fertilizzanti sintetici.

Per Tuomisto e collaboratori, a questo punto la conclusione è semplice: «Poiché l’agricoltura biologica richiede più terra di quella convenzionale per ottenere un’unità di prodotto, una conversione su larga scala a sistemi bio sarebbe davvero benefica per l’ambiente,  solo accettando di ridurre la produzione complessiva di cibo o di aumentare l’estensione dei terreni coltivati.

E poiché la domanda di cibo sta crescendo a livello globale, bisognerebbe puntare più all’aumento che alla diminuzione delle rese agricole». Come? Per esempio lasciando perdere il tradizionale dibattito bio contro convenzionale per concentrarsi sull’ottimizzazione dei due sistemi, prendendo da ciascuno quanto ha di buono e lavorando per limitarne i difetti.

Nel caso dell’agricoltura biologica, il problema principale è costituito dalle rese più basse. Ecco allora, scrivono i ricercatori, «bisogna migliorare le strategie di controllo delle erbe infestanti, dei parassiti e delle malattie. E bisogna lavorare sugli incroci sia di piante sia di animali, per ottenere ibridi “fatti apposta” per la coltivazione o l’allevamento di tipo biologico». Senza dimenticare lo sviluppo di nuove tecnologie in grado di migliorare la gestione delle sostanze nutritive nei terreni.

Nel caso dell’agricoltura convenzionale, invece, i punti chiave sono la riduzione dell’uso di pesticidi sintetici e fertilizzanti minerali e la promozione della biodiversità. «Riteniamo che un risultato ottimale possa essere ottenuto con un sistema integrato, in cui si lavora molto sulla prevenzione e i pesticidi vengono impiegati solo in particolari circostanze».

Fonti e link per maggiori approfondimenti:

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